ANIMAL (URBAN SAFARI)

Trovo la biodiversità un elemento di forte attrazione, e il rapporto con le altre specie animali un bisogno istintivo non inferiore a quello di relazionarmi con i cosiddetti “miei simili”.
Allo stesso tempo, trovo che la “bellezza” - che oltretutto siamo portati ad attribuire in modo selettivo ad alcune specie rispetto ad altre (spesso in diretta relazione con ciò che siamo assurdamente abituati a considerare “cibo” piuttosto che “animale da compagnia”, o piuttosto ancora che “animale esotico”, da ammirare su riviste o nei documentari naturalistici) – rischia di offuscare il valore espressivo di infinite altre “pose” e atteggiamenti che, se oggetto di adeguata attenzione, possono rivelare elementi decisamente più intimi e “personali” di ciascun individuo osservato.
E, proprio nel rispetto di questa individualità ancora troppo poco indagata ma soprattutto poco riconosciuta dalla nostra visione antropocentrica e utilitaristica dell’intero pianeta, la scelta dei soggetti cui ho iniziato a dedicarmi è rigorosamente limitata a contesti che non prevedano alcuna forma di “detenzione”, sia essa rappresentata da gabbiette domestiche piuttosto che da allevamenti o da parchi zoologici, acquari, circhi, ecc. Ne risulta perciò una riflessione di carattere antropologico circa la difficoltà di tracciare con autentica obiettività una possibile linea di confine tra il concetto di “relazione domestica” (o “convivenza”) e quello di “possesso” - e conseguente limitazione di libertà - che il nostro rapporto con numerose specie animali ormai stabilmente presenti nella nostra vita evidenzia come una grave lacuna della nostra civiltà.

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I consider biodiversity as a very attractive element, and I feel an instinctive need to get in touch with other animal species, not less than keeping my relationship with so-called “our fellows”.
Yet, I reckon that “beauty” – which we selectively assign to some species rather than others (often depending on what we absurdly consider as “food”, “pet” or “exotic animal”, to be admired on naturalistic magazines and documentaries) – could sometimes blur the expressive value of so many other “poses” or behaviours worth to be object of our attention, then revealing such more intimate and “personal” details about every single individual.
So, with the purpose to respect that individuality still not enough studied - not to mention its lack of acknowledgement, thanks to our anthropocentric and utilitarian vision of the whole planet – I restrict my choice of subjects within situations not including any kind of “detention”, either birdcages or cattle-farming, zoological gardens, aquariums, circus, etc. 
Thus getting an anthropocentric reflection about the difficulty to objectively mark the boundary between the idea of “domestic relationship” (if not “life in common”) and the idea of “possession” – meaning freedom restrictions – which our relationship with several animal species now steadily present in our life is highlighting as a serious gap of our civilization.